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Alimentazione
Caterina Fazion
pubblicato il 08-02-2023

Le etichette sul vino proteggono la nostra salute?



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Le etichette “salutiste” sul vino mettono a rischio il mercato italiano? Rendere chiari i rischi del consumo di alcolici e richiamare a un uso moderato può essere utile?

Le etichette sul vino proteggono la nostra salute?

Le etichette sul vino proteggono la nostra salute? In questi giorni, numerosi esperti, e non solo, stanno esprimendo il proprio parere sul consumo di sostanze alcoliche e, soprattutto, sulle possibili conseguenze delle etichette “salutiste” da apporre sulle bottiglie di vino. Il motivo deriva dalla decisione dell’Irlanda: sarà il primo Paese dell’Unione Europea ad adottare etichette per vino, birra e liquori con avvertenze sui rischi legati all’alcol. La norma, notificata a giugno, ha scatenato numerose polemiche da parte di molti stati membri dell’Unione Europea, tra cui l’Italia. Il timore è quello che venga demonizzato un prodotto italiano di eccellenza come il vino, con il rischio che il mercato ne risenta.

Ma questi dubbi sono fondati? È il vino ad essere messo sotto accusa? Quali rischi corre il mercato italiano? Queste etichette sono utili alla nostra salute? Ascoltiamo il parere dell’esperto, il professor Emanuele Scafato, direttore dell’Osservatorio nazionale alcol dell’Istituto Superiore di Sanità e vicepresidente della Federazione delle Società Scientifiche Europee sulle Dipendenze EUFAS.

 

POLEMICA INUTILE?

La motivazione più frequentemente utilizzata per schierarsi contro l’utilizzo di queste etichette è legata al duro colpo che, secondo molti, subirebbe l’export di vino italiano. Il nostro Paese infatti è il principale produttore ed esportatore mondiale con oltre 14 miliardi di fatturato, di cui più della metà ricavato dalle vendite all’estero. Stanno veramente così le cose?

«La percezione che la complessità della questione abbia favorito una polemica evitabile è ancora più sentita per la confusione generata dalla sovrapposizione di due questioni. Una tecnica, di procedura europea, che reputo giustamente impugnata dall’Italia e dal Ministro Lollobrigida. L’altra, più inerente alle competenze scientifiche, di contenuti dei messaggi in etichetta che ha acceso il dibattito sulla plausibilità di messaggi salutistici riferibili esclusivamente al vino, argomento che ha però le medesime criticità sollevate dalla reazione italiana, rappresentando probabilmente, da un lato un oggettivo problema di prevaricazione delle regole del mercato e di concorrenza sleale, non essendo, in sintesi, dimostrabile che il vino possa fare bene o più bene rispetto a birra e superalcolici, dall’altro lato, tirando per la giacchetta la scienza che non potrebbe fare altro che supportare l’implausibilità di certe affermazioni che la Corte Europea ha già sanzionato per molto meno, per un innocuo “più digeribile” del vino tedesco che vantava proprietà salutistiche dell’alcol vietate dalle direttive europee», spiega il professor Scafato.

«La Risoluzione del Parlamento Europeo per la lotta al cancro parla chiaro e va ben oltre la questione delle etichette che rappresentano un argomento persino marginale rispetto all’impegno colossale richiesto anche al settore della produzione per favorire l'obiettivo di riduzione di almeno il 10 % del consumo dannoso di alcol entro il 2025, “incoraggiando la Commissione Europea e gli Stati membri a promuovere azioni tese a ridurre e prevenire i danni provocati dall'alcol nell’ambito della revisione della strategia europea sull'alcol, compresa una strategia europea volta ad azzerare il consumo di alcol per i minori”. Informare sui rischi legati al consumo di qualunque bevanda alcolica – non si fa alcun riferimento specifico al vino – fa parte di una qualunque strategia di prevenzione».

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CHE COSA DICE LA RISOLUZIONE UE?

La Risoluzione del Parlamento europeo riporta testualmente riguardo alle etichette: “Il Parlamento Europeo sostiene la necessità di offrire ai consumatori informazioni appropriate migliorando l'etichettatura delle bevande alcoliche con l'inclusione di informazioni su un consumo moderato e responsabile di alcol e introducendo l'indicazione obbligatoria degli ingredienti e delle informazioni nutrizionali”. «Ovvio che tali informazioni riguardino la salute e la prevenzione, altrimenti non avrebbe avuto senso fare richiami al consumo moderato e responsabileE non si tratta di “warnings”, come erroneamente e speculativamente riportato dai media, poiché il voto parlamentare ha variato il termine del testo originale in “informazioni”»

 

COSA POTREBBERO RIPORTARE LE ETICHETTE?

Prosegue Scafato: «Le scritte demonizzanti come impropriamente riferite tipo “il vino nuoce gravemente alla salute” non sono mai state scritte, proposte e tantomeno oggetto di approvazione. Nello specifico i testi proposti dall’Irlanda e passati grazie al silenzio assenso della Commissione EU (che nei fatti non si è espressa e non ha approvato nulla esplicitamente) sono due: “Il consumo di alcol provoca malattie del fegato” e “Alcol e tumori mortali sono direttamente collegati“ che l’Irlanda potrà utilizzare come previsto dalla regolamentazione nazionale. Affermazioni basate sull’evidenza fornita, altrimenti non avrebbero avuto valenza legale per la notifica che, bisogna dire sorprendentemente, ha superato il primo check della commissione europea dalla quale si sarebbe aspettato una posizione espressa con motivazione piuttosto che un silenzio-assenso che ha scosso ancor di più le reazioni».

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NON È PROPRIO UNA NOVITÀ

Il dibattito sull’argomento etichette riportanti i rischi per la salute legati al consumo delle bevande alcoliche è scatenatissimo, tuttavia, non si tratta di una completa novità. Le bottiglie di vino italiane che sono esportate all’estero, infatti, devono già riportare gli avvertimenti stabiliti dalle regolamentazioni nazionali, come succede negli Stati Uniti dove anche ogni bottiglia esportata dall’Italia riporta in etichetta la possibilità che l’alcol possa creare problemi di salute, incidenti alla guida, o nuocere in gravidanza. Inoltre altri settori come quello della birra, oltre all’elenco nutrizionale, hanno già introdotto in etichetta pittogrammi raffiguranti il divieto di bere per la donna incinta, per i minori di 18 anni e per chi si deve mettere alla guida, affermando di essere “proud to be clear” ovvero orgogliosi di essere trasparenti. «La trasparenza – precisa Scafato –, è un’esigenza che le regole di mercato impongono in tutto il mondo e riguardano anche tutte le bevande alcoliche, non solo il vino. È del tutto improbabile che l’effetto di “informazioni su un consumo moderato e responsabile di alcol” possa avere un impatto sulle vendite considerato che, ad esempio, oggi le esportazioni di vino verso gli USA sono in forte crescita. Sono in molti a ritenere, anche nel settore della produzione vitivinicola (si pensi ai consorzi del Barolo e del Barbaresco), che l’introduzione della normativa europea, in linea con le strategie OMS, sia coerente con l’evoluzione dei consumi e le tendenze in atto e che le reazioni drastiche di opposizione al miglioramento dell'etichettatura delle bevande alcoliche non giovino all'immagine che tutti dovrebbero continuare a mantenere del vino: dimensione di eleganza, cultura e gusto, fiore all'occhiello del made in Italy».

 

UN APPROCCIO DI SALUTE SOSTENIBILE

Trovandoci in un contesto di mercato unico, in cui le regole devono essere uguali per tutti gli stati membri dell’Unione Europea, è probabile che la commissione europea arriverà ad una proposta univoca. Come può essere risolto questo malcontento, destinato a crescere nel caso in cui anche le bottiglie italiane vendute dentro i confini nazionali dovessero riportare le malsopportate etichette?

«Alla luce dell’esperienza europea con la quale abbiamo da venti anni, come istituzione, imparato a confrontarci nel merito di prassi da seguire, ci sono giuste ragioni, che condivido, invocate dall’Italia, che riguardano i modi e il rispetto che le istituzioni europee devono garantire nelle procedure evitando corse in avanti di un singolo Stato Membro rispetto a una giusta ed equa regolamentazione comunitaria. Bisognerebbe, tuttavia, abbassare i toni su tutto ciò che ha accompagnato le giuste rimostranze italiane» prosegue il professor Scafato, ricordando i circa 22 miliardi l’anno di costi sanitari e sociali dell’alcol stimati dall’OMS per l’Italia.

«Da oltre venti anni nei gruppi di lavoro europei ed internazionali e di ricerca indipendente si è discusso di alcol e della richiesta di attribuzione di singolarità di alcune bevande alcoliche; sono stati prodotti report formali e commissioni tecnico-scientifiche sino a giungere alle conclusioni del consiglio e alle risoluzioni del parlamento, che hanno comunque ricondotto in una cornice legale anche i risultati delle consultazioni pubbliche e dell’opinione generale dei produttori di bevande alcoliche, riassunta esplicitamente nella posizione “generally of the view that any new requirements regarding labelling should apply equally to all types of alcoholic beverages” (ogni nuova richiesta ruguardante l'etichettatura dovrebbe essere applicate uniformemente a tutti i tipi di bevande alcoliche). Un'indicazione che è di natura regolatoria prodotta dall’industria e non dei settori di tutela della salute, che si sono espressi nello stesso modo per altre, motivate ragioni ed evidenze. Continuare a sostenere che bere il vino faccia bene alla salute, puntualizzare ciò che il vino fa invece di ciò che il vino è per l’Italia e nel mondo in qualità di raffinata e radicata cultura enoiatrica, delle tradizioni, di tutela del territorio, ricchezza culturale nazionale mai posta in un forzato contraddittorio con la scienza, perseverare nel tentativo di far ritenere che l’alcol del vino non nuoce è oggettivamente, anche scientificamente una controproducente “old fashioned way” di tutela del prodotto che non può ricevere eccezioni. Lo ha ribadito anche l’ex Commissario alla Salute EU Adriukaitis nel corso delle riunioni degli Stati membri del CNAPA, Committee on Alcohol Policy and Action di cui l’ISS ha fatto parte su nomina del Ministero della Salute, monitorando con l’OMS il piano d’azione europeo sull’alcol, commentando le differenti autoregolamentazioni proposte dai vari settori produttivi al posto di un attesa proposta unitaria. Tutto in un’epoca in cui, a partire dal “Less is better” degli anni ’90 , la parola “sostenibilità” si affianca a quella di diritto all’informazione e alla tutela della salute e dello sviluppo, come stabilito dagli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite che anche sull’alcol ha tre obiettivi, primo tra tutti la riduzione dei consumatori dannosi di alcol, e, di recente, dei consumi, vino incluso».

 

I CONSUMATORI NON TEMONO LE INFORMAZIONI, ANZI

«Il messaggio da veicolare dovrebbe essere solo uno: il consumo compatibile con un minor rischio di problemi di salute è quello che rispetta i limiti stabiliti dalle linee guida nutrizionali nazionali. È un messaggio chiaro, neutrale, non demonizzante, invariabile nel tempo: con un consumo moderato viene identificato un rischio minore, ma non lo si esclude». Le Linee Guida potrebbero essere poi richiamate in etichetta attraverso un QR code, ad esempio. Commenta ancora Emanuele Scafato: «Va compreso che coerentemente con l’evoluzione della cultura e del mercato, le informazioni al consumatore sono un dovere di chi vende e un diritto di chi compra, per favorire scelte informate. Nessun consumatore si scoraggerebbe nel leggere “minore è il consumo, minore il rischio per la salute, chi beve già lo sa. Tra l’altro, come dimostrato dalla Joint Action europea RARHA, circa il 90% dei consumatori giudica insufficienti le informazioni in etichetta e ne vorrebbe di più. Infine è stato dimostrato che elementi in etichetta informativi anziché normativi come, ad esempio le calorie contenute in un’unità alcolica ( un bicchiere in media, circa 12 grammi di alcol), contribuisce già di per se a responsabilizzare il consumo di bevande alcoliche nell’ottica di un impegno verso la riduzione del peso corporeo e dell’obesità; test effettuati in alcuni ristoranti di Bruxelles qualche anno fa, per verificare le proposte della Commissione europea, prima della loro effettiva adozione, ne hanno confermato l’efficacia».

 

L’IMPORTANZA DELLE LINEE GUIDA

Le linee guida italiane sono quelle del CREA, il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economia agraria che, per un rischio ridotto per la salute legato al consumo di alcol, indicano ai ragazzi con meno di 18 anni di astenersi, alle donne e agli over 65 di non consumare più di un’unità alcolica al giorno, e agli uomini due.

«Si tratta di linee guida informative e di buon senso, mai da intendersi come raccomandazioni perché prodotto tossico e cancerogeno, un accompagnamento su ciò che si considera un consumo moderato legato a un rischio ridotto, minore, quindi, ma non inesistente e questo anche a tutela di chi produce e vende rispetto a possibili azioni del consumatore per carenza d’informazioni sulla possibile nocività del prodotto. Tenendo sempre a mente che, anche al di sotto delle quantità indicate nelle Linee Guida, come anche sottolineato dal consenso raggiunto a livello europeo  non esistono quantità sicure di alcol, in Italia come altrove, le linee sono adottate esclusivamente per coloro che scelgono legittimamente di bere e per i quali corre l’obbligo istituzionale di accompagnarli verso scelte consapevoli e un consumo con minori rischi per la salute e la sicurezza. Non dimentichiamo che esistono circa 8 milioni e 600mila consumatori a rischio, un quarto dei consumatori totali, per i quali corre l’obbligo istituzionale di informare opportunamente, specie nell’era post-COVID, al fine di ricondurli verso livelli di consumo che le linee guida suggeriscono di non superare».

 

I CONSUMI IN ITALIA

«Non esistono altri modi per ridurre il consumo dannoso di alcol ed è intuitivamente bene puntare a quello piuttosto che a coloro che sono già moderati e ispirano il modello di consumo a quello delineato dalle linee guida assicurando, contemporaneamente, tanto un rispetto di livelli inferiori di rischio richiamati dal Piano Nazionale di Prevenzione del Ministero della Salute, quanto il consumo compatibile con le linee guida e, vista in un’ottica di produzione, del mercato. Nei dati elaborati dall’Osservatorio Nazionale Alcol dell’Istituto Superiore di Sanità per la Relazione annuale che il Ministro della Salute comunica al Parlamento è evidente che i 7,81 litri di alcol puro pro-capite consumati in Italia se riferiti ai soli consumatori salgono a 10,5 litri. Ciò significa che mediamente i soli consumatori assumono poco meno di 30 grammi di alcol al giorno lì dove dovrebbero essere invece 10 per le donne, che nel caso sono le più esposte per la loro vulnerabilità a problemi anche gravi come il cancro al seno, e 20 per gli uomini, al massimo uno o due bicchieri, rispettivamente. Sapere che i livelli attuali di consumo espongono milioni di consumatori, circa otto milioni e seicentomila, ad un maggior rischio e a cisti sociali e sanitari evitabili a fronte di un rientro nei consumi individuati dalle linee guida come a minor rischio è la base della prevenzione che non può non riguardare i consumatori di vino come tutti i consumatori di alcolici per i quali le strategie richiedono di ridurre complessivamente del 10% i consumi di alcol compresi tra il 2010 e il 2025».

 

BASTA DIRE CHE IL VINO FA BENE

Per quanto il consumo di alcolici sia moderato, un rischio è sempre presente. Perché, allora, continuare a dire che il vino fa bene alla salute?

«Difendere le proprietà salutistiche del vino probabilmente va al di là della questione etichette e, oggettivamente non si può richiamare l’evidenza scientifica come favorevole in tal senso. E’ comprensibile l’esigenza commerciale di far ripartire i consumi interni o contrastare un calo dei consumi che però dura oramai da decenni e appare comunque riduttivo e irrealistico, anche in un ottica economica, che la tendenza nei patterns di consumo che monitoriamo da un punto di vista epidemiologico attraverso il SISMA possa cambiare per quello che ci potrà o non ci potrà essere scritto nelle etichette rispetto alle altre variabili che influenzano i consumi in genere. Gli italiani, specialmente dopo il Covid, hanno modificato il proprio atteggiamento, ponendo maggiore attenzione non solo alla salute, ma anche al portafoglio. È importante da rilevare, segnala l’ISTAT, che il calo ha interessato non solo le bevande alcoliche ma l’intera spesa alimentare degli italiani. È coerente, quindi, che la bevanda alcolica non rappresenti esattamente la priorità rispetto ad altri cibi, anche più salutari, ma magari un bene di consumo da riservarsi in circostanze particolari, una buona bottiglia acquistata come elemento irrinunciabile, di stile e di cultura per una serata particolare. E chi lo fa, di certo, non lo fa certo per prevenzione o ritendendo che si giovi alla salute, come vorrebbero far ritenere alcuni, ma per il semplice piacere di farlo, per condividere il gusto di un abbinamento con i nostri ottimi cibi made in Italy, un piacere che non ha alcuna necessità di invocare gli scienziati o la scienza o di spingere a dimostrare ciò che ogni consumatore già sa nella sua maturità, riconoscendo gli effetti dell’intossicazione alcolica che propria anche del vino ed evitandoli. Più che far bene può dare la sensazione di sentirsi bene. rilassati, euforici, disinibiti ma è proprio quella sensazione che se ricercata e non controllata crea il rischio. Incrementare la consapevolezza è compito di qualunque istituzione di tutela della salute ma qualifica anche un etica e una responsabilità sociale d’impresa che può e deve connotare sempre la relazione tra prodotto e consumo e le conseguenze per la salute».

 

ALTRE STRATEGIE PER RIDURRE IL CONSUMO DI ALCOLICI

Per ridurre il consumo di alcolici esistono ulteriori strategie oltre all’utilizzo delle etichette?

«Le strategie indicate dall'Organizzazione Mondiale della Sanità riguardano interventi di natura economica e finanziaria ricompresi nella strategia OMS denominata SAFER. Si parla ad esempio di aumentare i prezzi, ridurre la disponibilità di bevande alcoliche e limitare l’aggressività della pubblicità rivolta soprattutto in contesti di aggregazione giovanile come i concerti: sono questi i “best buys”, i migliori acquisti indicati anche dal Comitato Economico Internazionale delle Nazioni Unite che tuttavia riguardano competenze che non sono propriamente del settore che si occupa della salute ma che, obbligatoriamente, è chiamato a contribuire. La Risoluzione del Parlamento Europeo parla, ad esempio, di una strategia alcol zero per i giovani: bisogna puntare a qualcosa che dia alle nuove generazioni opportunità di salute diverse, stili alimentari e di consumo più salutari e più sicuri considerato che l’alcol è la prima causa di morte tra i giovani sino ai 29 anni di età per incidentalità stradale causata dall’alcol alla guida, come lodevolmente fatto oggetto in questi mesi di sensibilizzazione da parte della Campagna della Presidenza del Consiglio non a caso in un messaggio che riguarda alcol e droghe congiuntamente, riconoscendone l’impatto comune. Ma ci sono anche le nuove mode e le nuove tendenze. Ad esempio, in molte nazioni si sta virando verso la produzione di prodotti con zero alcol o a basso tenore alcolico, sempre più graditi dalla platea giovanile (e non solo), che hanno conquistato già importanti fette di mercato. È comunque un imperativo categorico finanziare e realizzare campagne di comunicazione ben fatte e costanti per garantire alle persone un’informazione oggettiva sull'impatto dell'alcol; dal 2020 organizziamo, ad esempio, in ISS, l’Alcohol Prevention Day. Far nascere nel consumatore la consapevolezza che il consumo di bevande alcoliche presenta dei rischi può indurre a maggior controllo, riducendo il consumo dannoso pro capite, ovvero quello che supera i limiti delle linee guida e il cui uso (non abuso, termine desueto e privo di qualunque connotazione scientificamente accettata), come riportato dalla Risoluzione del Parlamento Europeo, è causa in Europa di circa il 10 % di tutti i casi di cancro negli uomini e il 3 % di tutti i casi di cancro nelle donne. Tutto evitabile o contenibile se si seguono le linee guida e si consuma nella consapevolezza che si beve ponendo sempre attenzione a non fare di un momento di piacere “chimico”, cerebrale, un’occasione che possa giungere a rappresentare un problema di salute e di sicurezza. Nessuno vieta o vuole vietare di bere, non c’è alcun proibizionismo in atto che si possa evincere da qualunque documento istituzionale formale europeo o internazionale, chi può e chi deve ha il mandato di garantire le informazioni proprie della sua vocazione e del suo ruolo, un medico nel merito della prevenzione, un’etichetta di ciò che può contribuire a scelte informate basate sull’evidenza scientifica a tutela di chi beve e anche di chi produce. Si chiama salute per tutti».

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Caterina Fazion

Giornalista pubblicista, laureata in Biologia con specializzazione in Nutrizione Umana. Ha frequentato il Master in Comunicazione della Scienza alla Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA) di Trieste e il Master in Giornalismo al Corriere della Sera. Scrive di medicina e salute, specialmente in ambito materno-infantile


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