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Alimentazione
Caterina Fazion
pubblicato il 30-04-2024

Che cosa sono i Club Alcologici Territoriali?


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alcol

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I Club Alcologici Territoriali offrono supporto e risorse a chi sta affrontando problemi alcol correlati. Scopriamo quanto sono diffusi e il loro ruolo

Che cosa sono i Club Alcologici Territoriali?

Per coloro che stanno affrontando problemi correlati all’alcol, ma anche per i loro familiari, scoprire che esiste un ambiente di sostegno e di condivisione in cui sentirsi accettati e compresi senza giudizio, può essere un regalo prezioso. Stiamo parlando dei Club Alcologici Territoriali (CAT), luoghi di ritrovo dove le persone possono discutere dei loro problemi legati all'alcol, ma non solo, condividendo le proprie esperienze e ricevendo sostegno reciproco.

Una vita dedicata ai Club Alcologici Territoriali

Una vita dedicata ai Club Alcologici Territoriali

30-04-2024

 

COSA SONO I CLUB?

I Club Alcologici Territoriali, definibili come comunità multifamiliari, rappresentano momenti di incontro, scambio e confronto settimanale tra persone e famiglie. Nati per affrontare i problemi di alcol, sono oggi capaci di accogliere tutte le difficoltà e le sofferenze legate ad altri stili di vita a rischio come fumo, sostanze illegali, gioco d’azzardo, internet addiction e, più in generale, il disagio legato alla vulnerabilità della condizione umana e agli squilibri ecologico sociali delle comunità.

«I Club diventano presidio nella comunità per promuovere un cambiamento culturale e sono considerati lo strumento principale dell’Approccio Ecologico Sociale – spiega Marco Orsega, presidente dell’Associazione Italiana dei Club Alcologici Territoriali (AICAT), associazione di volontariato che promuove e coordina le attività dei Club–, ideato e sperimentato efficacemente nella seconda metà del secolo scorso dallo psichiatra croato Vladimir Hudolin (1922-1996), per affrontare i problemi alcol correlati in una prospettiva di promozione della salute dell’intera comunità. C’è una grande differenza con l’approccio utilizzato dagli “alcolisti anonimi”. Questi ultimi tendono infatti a medicalizzare questa problematica e distinguono il percorso dei cosiddetti alcolisti da quello dei loro familiari. La parola alcolista è per noi stigmatizzante, per questo abbiamo preferito non utilizzarla più, e poi sarebbe riduttiva perché nei Club sono accolti tutti e non c’è bisogno di alcuna diagnosi o valutazione».

 

CHE COS’È L’AES?

Al contrario dell’approccio medico classico che tende a inquadrare i problemi alcol correlati esclusivamente in una dimensione biologica e/o psicopatologica, «l’Approccio Ecologico Sociale li legge in chiave sistemica e relazionale: si tratta di comportamenti, esattamente come il gioco d’azzardo o l’uso di sostanze stupefacenti, che sono espressione della comunità che li genera», specifica la dottoressa Tiziana Fanucchi, Psicologa, Specialista in Psicologia della Salute, ASST Fatebenefratelli Sacco, e vicepresidente AICAT fino al 2022. «Hudolin definiva il cosiddetto alcolismo/alcoldipendenza, oggi più correttamente denominato Disturbo da Uso di Alcol, come uno stile di vita capace di determinare disagi fisici, psichici e sociali. Non parlava di una malattia, ma di un comportamento legato a diversi fattori, sia interni sia esterni all’uomo, sotto la spinta della cultura sanitaria e generale della comunità. La nostra è una cultura che celebra ed incentiva il consumo di alcol minimizzandone i rischi, attribuendo i problemi solo a chi non è capace di controllarsi, pertanto in qualche modo è da colpevolizzare, emarginare, curare. Hudolin ritiene invece che i problemi legati al consumo di alcol riguardino tutta la popolazione e che le situazioni gravi costituiscano solo la punta di un iceberg, l’estremo di un continuum di cui tutti facciamo parte. Per ridurre l’impatto dei problemi alcolcorrelati pertanto, è necessario ridurre il consumo di alcol di tutta la popolazione e questo significa sensibilizzare e stimolare tutti ad una maggiore consapevolezza e ad un cambiamento anche della cultura esistente, che Hudolin chiama spiritualità antropologica. Queste indicazioni sono sostenuta anche dall’OMS, di cui Hudolin era infatti consulente sull’alcol».

Il peso globale dell’alcol

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OLTRE IL CONCETTO DI MALATTIA

Inquadrare la dipendenza come una malattia cronica recidivante è prassi tra gli operatori sanitari, tuttavia non c’è un consenso nella comunità scientifica rispetto alla sua definizione. Anche il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM 5) ha abolito il concetto di dipendenza, così come quello di abuso, per la sua incerta definizione e la connotazione potenzialmente negativa. Ha invece introdotto il concetto di disturbo da uso di alcol misurato su un continuum di gravità che va da lieve a moderato a grave. Ciò era già sostenuto da Hudolin, che da tempo ribadisce l’importanza dell’approccio di popolazione e la necessità di spostare l’attenzione dal tradizionale interesse sanitario nei confronti del cosiddetto alcolismo, ai consumi di alcol di tutta la popolazione.

«È importante non vedere i Club come l’ultima spiaggia per intervenire sui problemi alcolcorrelati – ribadisce Tiziana Fanucchi –, come il tentativo finale a cui guardare in quei casi per i quali “non c’è speranza” o, al contrario, il luogo dove inviare le persone con problemi di alcol e altro, solo dopo averle trattate nei servizi, una volta inquadrata e gestita la situazione. E parlo anche in qualità di psicologa che ha lavorato per molti anni in un servizio di alcologia. I club sono un’opportunità da offrire fin da subito non solo alla persona, ma anche a tutta la sua famiglia e alla comunità, affiancati, se necessario, a interventi di tipo medico e specialistico».

 

COME SONO ORGANIZZATI I CLUB?

Ogni Club ha un servitore insegnante, ovvero una persona formata alla metodologia dell’Approccio Ecologico Sociale che, indipendentemente dalla professione che svolge, si mette al servizio delle persone e delle famiglie nella comunità, creando le condizioni per avviare e stimolare processi di cambiamento nello scambio relazionale del Club. Gran parte delle persone che hanno in passato avuto problemi alcol correlati riescono a trasformare la difficoltà in risorsa e spesso si trovano a rivestire il ruolo di servitori insegnanti all’interno dei Club. Le famiglie che fanno parte dei club sono solitamente una decina, e la maggior parte di queste continuano a prendere parte agli incontri anche una volta superate le problematiche legate all’alcol.

«Purtroppo riuscire a intercettare tutte le persone e le famiglie con problemi alcol correlati non è possibile», spiega Marco Orsega. «I membri che ne fanno parte possono essere indirizzati a noi dai centri alcologici ai quali si rivolgono spontaneamente per chiedere supporto, o che vi arrivano per altri motivi come incidenti stradali o ritiro della patente, oppure tramite il numero verde di supporto o ancora per conoscenza diretta di altri membri dei Club. Sarebbe importante lavorare sempre di più sul territorio per intercettare i problemi alcol correlati il più precocemente possibile, prima che siano compromesse le relazioni familiari e sociali. In un clima di accoglienza empatica, di condivisione della propria esperienza umana e del proprio vissuto e di ascolto dell'altro, ognuno può sperimentare nel Club un percorso di cambiamento di stile di vita e di relazione, con i propri tempi, superando l’egocentrismo e adottando uno spirito ecologico sociale. Dal legame con l’alcol e altre sostanze, o con la stessa sofferenza, nel Club si impara a mettere in discussione sé stessi, a vivere e costruire legami umani positivi, emozioni, sguardi e abbracci che pongono le basi per una crescita e maturazione individuale, familiare e comunitaria. I Club, e con essi le associazioni in cui si costituiscono, diventano presidi di salute nel territorio e nella comunità, creando ambiti di riflessione, di pratica, di condivisione, di partecipazione attiva, di advocacy, al di là delle appartenenze politiche, religiose, razziali, di genere».

 

IL SUPPORTO PSICOLOGICO

Da non sottovalutare il supporto psicologico, fondamentale per sostenere le persone con problemi alcol correlati e le loro famiglie nel percorso di cambiamento.

«Nei club non è prevista la presenza di uno psicologo in quanto tale», spiega la dottoressa Fanucchi. «Io ho partecipato ai Club in qualità di Servitore-Insegnante dal 2005 al 2022 come volontaria, come persona che condivideva, e condivide ancora, la visione dei Club e l’approccio ecologico-sociale. È stata un’esperienza che mi ha migliorata come persona e anche come professionista, dandomi strumenti per il mio lavoro di psicologa. Il supporto psicologico, meglio se parte di una presa in carico multidisciplinare, può essere importante per sostenere le persone e le famiglie nel cambiamento, elaborare i vissuti emotivi, migliorare la qualità delle relazioni e della comunicazione, gestire gli stress, sviluppare abilità di vita. Ho lavorato molti anni in un servizio di alcologia sperimentando l’efficacia del lavoro in integrazione al percorso nel Club, in un rapporto di pari dignità. Anche laddove si prevedano percorsi di trattamento in strutture specialistiche come Comunità Terapeutiche Riabilitative è importante prevedere una continuità del lavoro nei servizi sanitari territoriali e nei Club presenti a livello locale».

 

IL CLUB COME CAMBIAMENTO

A cosa conduce il cammino che ogni persona fa in un Club?

«I Club lavorano affinché le persone arrivino ad assumersi le proprie responsabilità, ad esercitare i propri diritti e doveri, a sviluppare competenze in un processo di empowerment e di trasformazione dei problemi in risorse. Tale processo permette di aumentare il capitale sociale della comunità», spiega la dottoressa Fanucchi. «È importante non ridurre i Club solo al lavoro sull’alcol o altre sostanze e comportamenti a rischio. Il lavoro è sulla vita e nella vita. Nel Club si impara ad avere cura, ad avere a cuore sé stessi, le famiglie, gli altri, la comunità, il mondo in cui viviamo. In tal senso i Club, come comunità di cittadini solidali, attivi e responsabili, sono beni comuni, nodi fondamentali delle reti di protezione e promozione della salute della comunità locale. I principi etici su cui i Club si basano sono la gratuità, la corresponsabilità, la solidarietà e la cooperazione che diventano per la comunità una coraggiosa proposta di cambiamento culturale verso valori come l’inclusione, la partecipazione, la giustizia sociale e la pace».

 

QUANTO SONO DIFFUSI I CLUB?

Anche i Club, come molte realtà del terzo settore, hanno molto sofferto del periodo pandemico, che ha ridisegnato i contorni di queste realtà, ridimensionandole non poco.

«Prima del Covid erano presenti 1800 Club disseminati su tutto il territorio nazionale», illustra il presidente AICAT. «Nel Nord Italia sono più numerosi, soprattutto in Veneto e Friuli Venezia Giulia per vicinanza geografica con la terra di origine di Vladimir Hudolin, la Croazia. Dopo il Covid qualche club è stato chiuso e molti si sono accorpati. Ora siamo sui 1200-1300, con un calo del 20-30% su tutte le territorialità. I Club sono organizzati in tre livelli associativi: sezioni territoriali che raccolgono più club territorialmente vicini, associazioni regionali e un’unica associazione nazionale, AICAT, che raccoglie tutti i Club italiani. I Club possono lavorare insieme per portare avanti numerose attività di educazione e formazione pensate non solo per i membri dei Club, ma anche per le scuole. Sensibilizzando genitori e insegnanti ai problemi alcol correlati è possibile portare avanti dei programmi per gli alunni anche grazie al nostro supporto. Tutte le attività che si svolgono all’interno dei Club sono su base volontaria e spesso le sedi in cui si riuniscono le comunità, come consigli di quartiere, comuni, parrocchie, sono concessi gratuitamente, ma qualche spesa da sostenere come viaggi, pernottamenti, organizzazione di congressi nazionali c’è. Esiste ancora qualche convenzione con le ASL che sostengono i programmi dei Club su alcuni territori, ma le spese sono sostenute soprattutto grazie alle donazioni della comunità e grazie alla partecipazione a bandi pubblici sviluppati dal Ministero delle politiche sociali aperti al terzo settore, dedicato all’associazionismo», conclude Orsega.

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Caterina Fazion
Caterina Fazion

Giornalista pubblicista, laureata in Biologia con specializzazione in Nutrizione Umana. Ha frequentato il Master in Comunicazione della Scienza alla Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA) di Trieste e il Master in Giornalismo al Corriere della Sera. Scrive di medicina e salute, specialmente in ambito materno-infantile


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