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Cardiologia
Caterina Fazion
pubblicato il 27-01-2025

La solitudine mette a rischio la nostra salute



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L’assenza di legami sociali è collegata a un rischio più elevato di malattie cardiache, ictus e maggiore suscettibilità alle infezioni

La solitudine mette a rischio la nostra salute

L'isolamento sociale e la solitudine aumentano il rischio di malattie come cardiopatie, ictus e diabete di tipo 2. Le relazioni sociali, infatti, svolgono un ruolo importante nel rafforzamento del nostro sistema immunitario e, in generale, nel miglioramento del nostro benessere. A suggerirlo è uno studio pubblicato sulla rivista Nature Human Behaviour.

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LO STUDIO

Per comprendere i meccanismi attraverso i quali le relazioni sociali influiscono sulla salute, un team guidato da scienziati dell'Università di Cambridge e dell'Università Fudan, in Cina, ha esaminato i “proteomi”, ovvero l’insieme di proteine contenute nei campioni di sangue donati da oltre 42.000 adulti di età compresa tra 40 e 69 anni partecipanti alla UK Biobank. Questo ha permesso loro di identificare quali proteine fossero presenti in quantità maggiori tra le persone socialmente isolate o sole e come queste proteine fossero collegate a una salute peggiore.

Le proteine circolanti nel sangue sono utili per esplorare i meccanismi biologici. Si tratta infatti di molecole prodotte dai nostri geni, essenziali per il corretto funzionamento del nostro corpo. Inoltre, possono essere bersagli utili per lo sviluppo di farmaci, permettendo ai ricercatori di creare nuovi trattamenti per affrontare le malattie.

 

COSA È EMERSO

Il team ha calcolato i punteggi di isolamento sociale e solitudine per ogni individuo. L'isolamento sociale è una misura oggettiva basata, ad esempio, sul fatto che una persona viva da sola, sulla frequenza dei contatti sociali e sulla partecipazione ad attività sociali. La solitudine, invece, è una misura soggettiva basata su quanto una persona si senta sola. Analizzando i proteomi e aggiustando i risultati in base a fattori come età, sesso e background socioeconomico, il team ha individuato 175 proteine associate all'isolamento sociale e 26 proteine associate alla solitudine. Circa l'85% delle proteine legate alla solitudine erano condivise con l'isolamento sociale.

Molte di queste proteine sono prodotte in risposta a infiammazioni, infezioni virali e come parte delle risposte immunitarie, oltre ad essere collegate a malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2, ictus e morte precoce.

«Sappiamo che l'isolamento sociale e la solitudine sono collegati a una salute peggiore, ma non abbiamo mai compreso il perché», spiega il dottor Chun Shen del Dipartimento di Neuroscienze Cliniche dell'Università di Cambridge e dell'Istituto di Scienza e Tecnologia per l'Intelligenza Ispirata al Cervello dell'Università Fudan. «Il nostro lavoro ha evidenziato un numero di proteine che sembrano giocare un ruolo chiave in questa relazione, con livelli di alcune proteine in particolare che aumentano come conseguenza diretta della solitudine».

 

LE PROTEINE DELL’ISOLAMENTO

Il team ha poi utilizzato una tecnica statistica nota come randomizzazione mendeliana per esplorare la relazione causale tra isolamento sociale e solitudine da un lato, e proteine dall’altro. Con questo approccio, hanno identificato cinque proteine la cui abbondanza era causata dalla solitudine. Questo approccio è cruciale perché conferma che non sono solo altri fattori, come lo stress o lo stile di vita, a influenzare i livelli di queste proteine, ma che la solitudine stessa può causare cambiamenti biologici significativi.

Una delle proteine prodotte in quantità maggiori a causa della solitudine è ADM. Studi precedenti hanno dimostrato che questa proteina svolge un ruolo nella risposta allo stress e nella regolazione degli ormoni dello stress e di quelli sociali come l’ossitocina – il cosiddetto “ormone dell’amore” – che può ridurre lo stress e migliorare l’umore.

 

L’INFLUENZA SUL CERVELLO

Il team ha trovato una forte associazione tra ADM e il volume dell’insula, un’area del cervello coinvolta nell’interocezione, ossia la capacità di percepire ciò che accade all’interno del nostro corpo: maggiori livelli di ADM erano associati a un volume inferiore di questa regione. Livelli più alti di ADM erano anche collegati a un volume ridotto del caudato sinistro, una regione coinvolta nei processi emotivi, di ricompensa e sociali. Inoltre, livelli più elevati di ADM erano associati a un aumento del rischio di morte precoce.

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I RISCHI PIÙ DIFFUSI

Un'altra proteina, ASGR1, è associata a un livello più alto di colesterolo e a un rischio maggiore di malattie cardiovascolari, mentre altre proteine identificate svolgono ruoli nello sviluppo della resistenza all’insulina, nell’aterosclerosi, ovvero l'indurimento delle arterie, e nella progressione del cancro, per esempio.

«Ci sono più di 100.000 proteine e molte loro varianti nel corpo umano», ricorda il professor Jianfeng Feng dell'Università di Warwick. «L'intelligenza artificiale e la proteomica ad alta capacità possono aiutarci a individuare alcune proteine chiave nella prevenzione, diagnosi, trattamento e prognosi di molte malattie umane, rivoluzionando la visione tradizionale della salute umana. Le proteine che abbiamo identificato ci offrono indizi sulla biologia che sottende la cattiva salute tra le persone socialmente isolate o sole, evidenziando perché le relazioni sociali siano così importanti per mantenerci in salute».

 

UN PROBLEMA GLOBALE

«Questi risultati sottolineano l'importanza del contatto sociale per mantenerci in salute. Sempre più persone di tutte le età riferiscono di sentirsi sole. Ecco perché l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha descritto l'isolamento sociale e la solitudine come una ‘questione globale di salute pubblica’. Dobbiamo trovare modi per affrontare questo problema crescente e mantenere le persone connesse per aiutarle a restare in salute», spiega la professoressa Barbara Sahakian del Dipartimento di Psichiatria dell'Università di Cambridge.

Anche il presidente della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (SIGG), Dario Leosco, sottolinea l'importanza di questi risultati, anche se il lavoro da fare è ancora molto. «Questi dati, raccolti su un ampia casistica, confermano quanto i fattori ambientali possono modificare l'espressione genica dell'individuo. Al di là dell'importanza di conoscere i meccanismi biologici che regolano le diverse componenti dell'invecchiamento, il dato importante è che esiste la possibilità di individuare specifici marcatori circolanti strettamente correlati con componenti socio-ambientali che condizionano in modo significativo il processo dell'invecchiamento. Pur riconoscendo l'importanza dei risultati emergenti da tale ricerca, siamo ancora sicuramente lontani dall'individuazione di fattori biologici che possano indirizzarci verso strategie in grado di migliorare le connessioni sociali del paziente anziano». 

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Caterina Fazion
Caterina Fazion

Giornalista pubblicista, laureata in Biologia con specializzazione in Nutrizione Umana. Ha frequentato il Master in Comunicazione della Scienza alla Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA) di Trieste e il Master in Giornalismo al Corriere della Sera. Scrive di medicina e salute, specialmente in ambito materno-infantile


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