Uno studio gallese sembrerebbe confermare la capacità del vaccino nel ridurre del 20% il rischio di sviluppare demenza. I risultati sono stati pubblicati su Nature

Il vaccino contro l'herpes zoster può ridurre del 20% il rischio di demenza negli anziani nei sette anni successivi l'inieizione. Ad affermarlo è uno studio da poco pubblicato sulla rivista Nature. Un risultato importante che, se confermato, potrebbe avere importanti ripercussioni positive in termini di prevenzione.
CHE COS'È L'HERPES ZOSTER?
L'herpes zoster, noto anche come fuoco di sant'Antonio, è una malattia causata dalla presenza del virus varicella-zoster, lo stesso che causa la varicella nei bambini. Una volta debellato da piccoli il virus può però rimanere latente per molti anni e, a determinate condizioni come un temporaneo abbassamento delle difese immunitarie, riacutizzarsi al punto da dare vita al fuoco di Sant'Antonio. Ciò accade specialmente nella popolazione anziana. Ad oggi si calcola che circa il 50% delle persone adulte abbia contratto il virus e dopo gli 80 anni una persona su tre svilupperà la malattia.
IL LEGAME CON LA DEMENZA
Oltre al dolore, la riattivazione può scatenare una risposta infiammatoria sistemica e cerebrale, sospettata da tempo di contribuire allo sviluppo di forme di demenza e non solo. Fortunatamente da diversi anni è disponibile sul mercato un vaccino in gradi di prevenire le riacutizzazioni. Negli anni, diverse ricerche hanno suggerito una correlazione tra questa vaccinazione e una minor incidenza di demenza. Ma il sospetto che questo dipendesse da fattori confondenti (stile di vita, accesso alle cure, livello di istruzione) ha sempre reso difficile trarre conclusioni definitive.
LA VACCINAZIONE RIDUCE IL RISCHIO
Ora uno studio da poco pubblicato su Nature ha aggiunto un tassello ulteriore a questa evidenza. L'analisi in questione è stata condotta in Galles, dove nel 2013 è stata fissata una soglia rigida per l’accesso al vaccino Zostavax: solo chi era nato dal 2 settembre 1933 in poi poteva riceverlo. Un limite che ha permesso di confrontare due gruppi quasi identici (separati da pochi giorni di nascita) ma con una diversa probabilità di vaccinazione. Dalle analisi effettuate su 280 mila persone seguite per sette anni, i ricercatori hanno osservato una riduzione del 20% del rischio di demenza tra i vaccinati rispetto ai non vaccinati. Il risultato è stato confermato anche analizzando i certificati di morte per demenza in Inghilterra, eliminando così il potenziale pregiudizio legato alla diagnosi clinica.
LE BASI SCIENTIFICHE DELLA RIDUZIONE
Ma su cosa si fonda la capacità del vaccino nel ridurre il rischio demenza? Secondo gli scienziati il contributo principale risiederebbe nella capacità del vaccino di tenere a bada l'infiammazione, una "miccia" importante nella genesi della demenza. Nello studio gli effetti più marcati sono stati osservati nelle donne, nei soggetti con malattie autoimmuni e allergie, gruppi notoriamente dotati di una risposta immunitaria marcata. Sebbene il vaccino studiato (Zostavax) sia stato superato dall’attuale Shingrix, dati preliminari sembrerebbero suggerire che quest’ultimo possa essere ancora più protettivo. In assenza di trattamenti realmente efficaci per prevenire o rallentare la demenza, la vaccinazione contro l’herpes zoster potrebbe rappresentare -a detta degli esperti- una delle strategie più promettenti e praticabili.

Daniele Banfi
Giornalista professionista del Magazine di Fondazione Umberto Veronesi dal 2011. Laureato in Biologia presso l'Università Bicocca di Milano - con specializzazione in Genetica conseguita presso l'Università Diderot di Parigi - ha un master in Comunicazione della Scienza ottenuto presso l'Università La Sapienza di Roma. In questi anni ha seguito i principali congressi mondiali di medicina (ASCO, ESMO, EASL, AASLD, CROI, ESC, ADA, EASD, EHA). Tra le tante tematiche approfondite ha raccontato l’avvento dell’immunoterapia quale nuova modalità per la cura del cancro, la nascita dei nuovi antivirali contro il virus dell’epatite C, la rivoluzione dei trattamenti per l’ictus tramite la chirurgia endovascolare e la nascita delle nuove terapie a lunga durata d’azione per HIV. Dal 2020 ha inoltre contribuito al racconto della pandemia Covid-19 approfondendo in particolare l'iter che ha portato allo sviluppo dei vaccini a mRNA. Collabora con diverse testate nazionali.