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Cardiologia
Serena Zoli
pubblicato il 20-12-2023

Infarti e ischemie possono essere invisibili


Tag:

infarto

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I pazienti lamentano forti dolori al torace, a volte sono costretti a lasciare il lavoro, ma il medico non trova una causa: le arterie non sono ostruite. Minoca, Inoca e Anoca (per l’angina) i termini con cui vengono chiamati

Infarti e ischemie possono essere invisibili

In 3 casi su 4 arrivano addirittura a lasciare il lavoro o a doverne ridurre l’orario. Si dicono malati, con forte dolore al petto, oppressione, conseguente stato depresso, ma ai medici non risulta alcuna patologia cardiaca chiara. Sono le persone che soffrono di ischemia cardiaca o infarto del miocardio o di angina però “invisibili”. Invisibili le cause all’auscultazione del dottore e agli strumenti in sua dotazione. In termini tecnici si chiamano Inoca/Anoca e Minoca. L’acronimo si spiega, in inglese, con “Ischemia with Non-Obstructive Coronary Artery Disease”, cioè “ischemia (cardiaca)senza malattia coronarica ostruttiva”. Analoga la spiegazione delle altre due sigle dove A sta per angina e Mi sta per infarto miocardico.

I PAZIENTI NON VENGONO CREDUTI, 3 ANNI PER LA DIAGNOSI

Perché invisibili? Perché in questi pazienti – e in maggioranza sono donne – non risultano blocchi significativi nelle arterie coronarie che irrorano il cuore, la causa “normale” di ischemie, infarti e angina. Così i pazienti non vengono creduti e passano di pronto soccorso in ambulatori per anni: anche 3 prima di arrivare a una diagnosi giusta. Su questo tema, in particolare Inoca/Anoca, è stato condotto uno studio recente dal Barbra Streisand Women’s Heart Center, situato presso il Cedars-Sinai Medical Center, Los Angeles (Usa), e pubblicato sull’International Journal of Cardiology. Sono stati esaminati 300 pazienti con Inoca e hanno rilevato che il 34 per cento di loro ha convissuto con dolore toracico, disagio, bassa qualità della vita, appunto 3 anni prima di sapere di che cosa soffrivano. Al 78 per cento era stato detto che i loro sintomi non c’entravano col cuore. Il 75 per cento è stato costretto a chiedere una riduzione dell’orario di lavoro o a licenziarsi per la sofferenza. Circa il 70 per cento ha affermato che la propria salute mentale e le proprie prospettive di vita sono peggiorate. Infine il 54 per cento ha dichiarato che la loro condizione ha influenzato negativamente la relazione con il partner o coniuge.

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PIÙ COLPITE LE DONNE, ETÀ 45-65 ANNI 

Data la somiglianza dei sintomi, quanto sopra è estensibile ai casi di Minoca, infarto del miocardio senza occlusione. L’ischemia cardiaca senza la malattia coronarica ostruttiva è una patologia che colpisce in particolare le donne. Può riguardare il 62 per cento delle donne che si sottopongono ad angiografia coronarica per sospetta angina, con accentuata prevalenza di quelle di 45-65 anni d’età. «In alcuni casi l’ischemia può avere come esito un vero infarto miocardico, pur in assenza di ostruzioni evidenti delle arterie coronarie (Minoca): si stima che succeda nel 6 per cento dei casi, più di frequente tra le donne», spiega il professor Francesco Saia, neo-eletto presidente del Gise (Società italiana di Cardiologia interventistica) e cardiologo presso l’Ircss Azienda ospedaliero-universitaria Policlinico Sant’Orsola di Bologna.

SPESSO IL “COLPEVOLE” È IL MICROCIRCOLO

Questi pazienti spesso fanno più coronografie, inutilmente, sempre con il medesimo esito. Anche nel caso dell’infarto del miocardio del tipo Minoca il medico, non essendo spesso in grado di stabilire la causa, è in difficoltà a prescrivere le cure più appropriate. Nessun varco nel “mistero” dell’invisibilità delle cause? «Adesso sì – risponde il professor Saia – disponiamo di raffinate tecniche di fisiologia coronarica e/o di imaging che ci permettono di vedere più a fondo e arrivare, anche se non sempre, a diagnosi corrette e, dunque, a cure appropriate. Ora sappiamo che in una buona percentuale di casi il disturbo che provoca Inoca e Minoca riguarda il microcircolo. I piccoli vasi non sono in grado di dilatarsi completamente per aumentare il flusso sanguigno. Oppure sì, sono colpite le arterie, avvengono spasmi delle coronarie con un restringimento significativo dei vasi che procurano dolore toracico».

STRUMENTI RAFFINATI, MA NON OVUNQUE

Francesco Saia ci tiene a sottolineare due ordini di problemi: «Il primo è un fatto culturale. Noi cardiologi dobbiamo tutti essere al corrente di tutti i metodi di indagine, anche i più recenti, e di fronte a coronarie indenni ma a pazienti che parlano di dolore al petto, dobbiamo non fermarci e continuare nella ricerca di una diagnosi chiara». Continua Saia: «L’altro problema riguarda i mezzi di indagine: diversi non sono facilmente disponibili in tutti gli ospedali. Per esempio, la risonanza cardiaca si trova solo nei grandi centri. Abbiamo degli strumenti che permetterebbero diagnosi più accurate che non sono rimborsabili. Col Gise stiamo lavorando da tempo a un riconoscimento economico che faccia sì che l’applicazione di questi presidi non sia economicamente svantaggiosa per le strutture sanitarie e che venga quindi allargato l’accesso su tutto il territorio nazionale».

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Serena Zoli
Serena Zoli

Giornalista professionista, per 30 anni al Corriere della Sera, autrice del libro “E liberaci dal male oscuro - Che cos’è la depressione e come se ne esce”.


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