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Neuroscienze
Serena Zoli
pubblicato il 06-12-2022

Alzheimer, affrontarlo prima che si manifesti è possibile?



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A Cambridge uno studio per la diagnosi precoce delle demenze: individuarle prima che si manifestino è possibile. Ma quali armi abbiamo per affrontarle mentre sono “nascoste”?

Alzheimer, affrontarlo prima che si manifesti è possibile?

L’Alzheimer e le varie demenze, come pure il Parkinson, sono al lavoro dentro l’organismo anni, o perfino decenni, prima della diagnosi. Un lavoro silenzioso quanto devastante. L’impegno degli studiosi da molto tempo è focalizzato sul cercare di “intercettare” la malattia nel suo sviluppo, prima che i sintomi siano eclatanti e la diagnosi possibile. A questo stadio, infatti, al momento la medicina non ha armi.

In Italia 1 milione di persone con Alzheimer e demenze

In Italia 1 milione di persone con Alzheimer e demenze

21-09-2022

 

LO STUDIO SUGLI UNDER 70

Dall’Università di Cambridge (Uk) arriva la notizia che si può riuscire a individuare la demenza da 5 a 9 anni prima che sia manifesta con i sintomi classici. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Alzheimer’s & Dementia e si basa su dati della Uk Biobank, la biobanca del Regno Unito, che conserva in forma anonima i dati genetici, le informazioni sullo stile di vita e sulla salute di mezzo milione di persone di età compresa tra 40 e 69 anni. Ma non finiscono qui le risorse del database biomedico britannico: ha raccolto anche i risultati di una batteria di test che includono la capacità di problem solving, di memoria, dei tempi di reazione, di forza nella presa con le mani e pure i dati su perdite o aumento di peso e il numero delle cadute.

 

IL CONFRONTO CON IL PASSATO

Tutto questo ha permesso ai ricercatori di ripercorrere all’indietro la vita dei pazienti per verificare se alcuni dei dati fossero presenti già alla partenza, quando cioè le prime misurazioni erano state raccolte: appunto, s’è visto, dai 5 ai 9 anni precedenti la diagnosi. Le persone che hanno continuato il cammino fino a una diagnosi di Alzheimer avevano ottenuto punteggi molto bassi rispetto alle persone sane in imprese come compiere esercizi di problem solving, tempi di reazione, ricordare liste di numeri, memoria prospettica (la capacità di ricordarci di fare qualcosa più tardi) e capacità di assortimento delle coppie.

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TRATTAMENTO DEI DATI PERSONALI

 

UNA DEMENZA PARTICOLARE

Queste incapacità sono risultate presenti anche in persone che poi hanno sviluppato una forma più rara di demenza chiamata demenza frontotemporale. Quanto alle cadute, si è visto che era più probabile che i futuri malati di Alzheimer fossero caduti almeno una volta nei precedenti 12 mesi. Il rischio risultava doppio in quanti avrebbero, poi, sviluppato una rara condizione neurologica conosciuta come paralisi sopranucleare progressiva, che lede il senso di equilibrio. Insomma, per ognuna delle condizioni studiate, inclusi il Parkinson e la demenza con i corpi di Lewy, i pazienti avevano collezionato punteggi sulla salute molto bassi alle prime misurazioni.

 

I PAZIENTI AD ALTO RISCHIO

Il primo autore dello studio, il dottor Nol Swaddiwudhipong, ha affermato: «Quando abbiamo ripercorso all’indietro le storie dei nostri pazienti è risultato evidente che avevano mostrato alcune incapacità cognitive molti anni prima che i sintomi si manifestassero in pieno e permettessero la diagnosi. Questi indebolimenti erano a volte sottili, sì, però riguardavano un certo numero di aspetti cognitivi». Ha continuato lo studioso di Cambridge: «Questo è stato un aiuto per noi nel cercare di individuare i pazienti ad alto rischio (per esempio, persone sopra i 50 anni o che avevano la pressione alta oppure che non facevano abbastanza esercizio fisico) e di intervenire più precocemente per aiutarli a ridurre le probabilità negative».

 

I SINTOMI NON DEVONO ALLARMARE

L’autore senior dell’indagine, dottor Tim Rittman, ha aggiunto: «Non vogliamo far preoccupare la gente che, per esempio, ha difficoltà a ricordare i numeri. Anche i più sani possono a volte far meglio o peggio di altri come loro, è naturale. Il nostro obiettivo è incoraggiare chi si accorge che la memoria o l’abilità con i numeri sta calando di parlarne col proprio medico». «La loro ricerca e i mezzi di individuazione che offre – continua Rittman - potrebbe essere molto utile anche sotto un altro profilo: scoprire precocemente persone forse sulla via dell’Alzheimer e delle altre demenze da inserire negli esperimenti clinici di nuovi farmaci. Al momento attuale si ricorre a pazienti già diagnosticati, dunque in uno stadio in cui il loro percorso non può più essere corretto».

 

UNA RICERCA DI NUOVA IMPOSTAZIONE

«Questa ricerca è interessante perché si basa su valutazioni neuropsicologiche di ordine clinico – osserva il professor Leonardo Pantoni, direttore del Reparto di Neurologia all’Ospedale Sacco di Milano -, vale a dire su piccole alterazioni poco osservate nella vita quotidiana. In questo è nuova come impostazione. Perché da dieci anni la ricerca insegue la diagnosi precoce dell’Alzheimer e altre malattie neurodegenerative cercandola negli esami di laboratorio, tentando di individuare una certa proteina o un altro elemento che risulti un marker della patologia».

Un nuovo test per la diagnosi precoce dell'Alzheimer

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MANCANO I FARMACI

Ma se l’idea è buona, Pantoni resta perplesso sulla sua fattibilità. Gli studiosi di Cambridge hanno potuto avvalersi di una grande banca dati e contare su un numero enorme di persone studiate nei loro sintomi anche minimi. Di fronte a un paziente si può organizzare un’indagine a tappeto estesissima? «Fatto centrale, poi, quando abbiamo effettuato una diagnosi precoce, con che cosa interveniamo? – continua Leonardo Pantoni. Perché in oncologia ha senso, molto senso, puntare sulla diagnosi precoce: se individui un tumore alla mammella, operi per asportarlo e prosegui con terapie mirate. Davanti all’Alzheimer, invece, non abbiamo farmaci specifici».

Se è vero che le cure per guarire le persone con Alzheimer sono ancora mancanti, arrivare per tempo potrebbe però costituire la speranza di intervenire nella fase di sviluppo della malattia, ritardandone la progressione, e alleviandone l'impatto sulla vita dei pazienti e dei loro cari. Come? Grazie a una presa in carico precoce, interventi medici e indicazioni di stili di vita utili a ritardarne lo sviluppo.

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Serena Zoli
Serena Zoli

Giornalista professionista, per 30 anni al Corriere della Sera, autrice del libro “E liberaci dal male oscuro - Che cos’è la depressione e come se ne esce”.


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